PER GIANNI AMBROGIO

di Andrea Zanzotto, 1981

 

Sono numerosi, e anche in contrasto tra loro, i motivi per cui la pittura di Gianni Ambrogio richiama attenzione e finisce per imporre, quasi, un consenso. Anche il non addetto ai lavori percepisce nell’operare di Ambrogio una prepotente necessità di espressione, una costanza quasi “pulsionale” che rende inevitabile la manipolazione di colori e forme perché ne nasca un dipinto come fatto autonomo. Si avverte, appunto, quella che una volta si diceva vocazione, quel richiamo, così differenziato da autore ad autore, cui non è possibile sottrarsi.

Nello stesso tempo, tuttavia, si rivela in Ambrogio una specie di dura difficoltà nell’espressione stessa: e ciò non per una deficienza della naturale attitudine, o, all’opposto, per un difetto di perizia tecnica ed artigianale, ma quasi per l’incombere e lo straripare del sentimento di quella perpetua fuga, da tutte le parti, in cui si risolve il “mondo” (interiore ed esteriore) che vuole essere espresso e insieme riplasmato. Pare che Ambrogio si trovi continuamente “in arrivo” ad un muro ostile o ad una sabbia mobile in cui si tramuti la seduzione della chiamata; la sua passione interrogante sembra impigliarsi in una serie di frustrazioni: le quali però fondano una serie di svelamenti imprevedibili.

Tutto dunque per Ambrogio si genera, o si rigenera, in un clima quasi di furore, che ha la sua manifestazione più immediata nel modo in cui il colore, il fatto cromatico, nutrito di un aspro fuoco, si fa “portaparola” di tale conflitto, tenendosi, quasi sempre nelle vicinanze dell’eccesso, della tensione, e persino della violenza.

Questi fattori a loro volta si attenuano nella felicità delle trovate fantastiche e degli accordi cromatici che Ambrogio raggiunge: ma si direbbe che egli, insoddisfatto, sia pronto sùbito a disfarsi di ogni accordo, a patirne la disintegrazione, come se mirasse ad un altro impossibile equilibrio situato “più in là”, altrove. Non si può comunque dubitare che le giostre e gli appostamenti di Ambrogio riguardino in primo luogo l’enigma del colore, le ambiguità o le certezze del colore, che vengono strette all’estremo, investigate col massimo di amore e col massimo di ostinazione.

Ma è poi altrettanto forte il legame di Ambrogio con il mondo storico nel suo farsi. Egli non può evitare il confronto, aspro anche questo, con un quadro di riferimenti e “narrazioni” assai precisi, che gli impediscono di abbandonarsi alle gioie liberatrici di una ontologia, di un’autogenesi delle forme. Il lavoro di Ambrogio, sempre guidato dalla dinamica del colore, proprio in essa scopre una dinamica delle forme, sia con la meditazione sulla loro “essenza” (nel suo rapportarsi o addirittura identificarsi con quella del colore), sia con l’inseguirle entro le rapinose metamorfosi del mondo storico e sociale. Le figure di Ambrogio presentano allora, in ogni circostanza, un primario legame, in termini più o meno allusi, con i temi culturali più importanti del nostro tempo, che è gremito di eventi e suggestioni eppure è tetramente immobile nella sua frenesia di mutamento, è afono nel suo urlare.

L’ordine dei temi sociali, oppure la sfilata delle mode, il consumo stesso delle forme tra pop, “nuove figurazioni” di vario genere, ritorni di vampate espressionistiche (mentre incidono sanguignamente in opposte direzioni il condizionamento della macchina e quello della biologia) sono elementi che si succedono e convivono, tra ironia, sarcasmo e partecipazione, entro le operazioni di Ambrogio. Se ne ha un fluire di “visioni” che pur sono enormemente dense e concrete: in esse astratto e “reale” si allacciano per poi divaricare, mentre le allucinazioni dei vari momenti di storia-moda lasciano una loro traccia iconica ora imperiosa ora ammiccante.

In ogni caso Ambrogio non cessa di proporci con fedelissima onestà le sue creazioni pittoriche altamente motivate e qualificate, da un angolo prospettico che sottintende l’eccentricità della provincia ma non è affatto provinciale.