GIANNI AMBROGIO: UN SELVAGGIO RAFFINATO

di Giorgio Di Genova – Ponzano Veneto Villa Rubbi-Serena, 1998

 

Gli umori attuali del discorso di Gianni Ambrogio vengono da lontano. Pertanto la maturità della sua pittura di oggi altro non è che il risultato di un accanito e diuturno scavo che negli anni ha portato il pittore trevigiano a finalmente dissotterrare i sostrati più profondi della sua natura che affonda le radici nella Calabria dei suoi genitori. In altri termini ha fatto sì che riscoprisse e percepisse distintamente le pulsazioni di un cuore in cui scorre sangue ereditato dalla Magna Grecia e nel contempo si mettesse all’unisono con tali pulsazioni.

Per questo si può, anzi si deve dire che la sua pittura ha un cuore antico.

Ed è da questo cuore antico, ancora risonante delle memorie della tragedia greca, che è sgorgata la polla pittorica attuale. Polla tragica, appunto. Polla altresì vigorosa, straordinaria e perfino strabiliante, ma solo per chi non conosce Ambrogio da tanto quanto lo conosco io che già in passato ho avuto modo di criticamente cimentarmi con le ricche inflessioni del suo discorso, nel quale ha saputo toccare le corde del fantastico, del lirico, del grottesco, anche allorché ha attuato scorribande nel territorio del bassorilievo e dell’oggettuale, in cui tuttavia non ha mai tradito la sua natura di pittore, al punto che per tali lavori non me la sento di parlare di scultura, in quanto sono0 sempre coagulazioni del sentimento materico del colore connaturato in lui, coagulazioni oggettivate che tutt’al più possono sopportare la definizione di scultopitture, nate dal brio sperimentale del nostro artista cha ha inteso dare tattilità, in taluni casi pressoché neodada, ai suoi empiti di lirico espressionista.

Ecco. La componente base del discorso di Ambrogio, a mio avviso, è stata sempre una personalissima declinazione dell’espressionismo. E’ infatti nelle cadenze e nelle soluzioni dell’espressionismo che Gianni meglio riesce ad esplicitare la complessità della sua Weltanschauung intrisa di tragicità. E, si badi, anche allorché sembra abbandonarsi all’afflato lirico, Ambrogio fa i propri conti con la tragedia che cova dentro di lui. Se nelle opere liriche del passato egli tentava una fuga liberatoria dall’ingorgo del suo pessimismo, nelle opere in cui apparentemente irride e deride l’uomo, che talvolta nel passato ha messo in croce come appunto un “povero cristo”, cerca di esorcizzare attraverso l’humor, un humor sempre a metà tra il riso a denti stretti e il ghigno, la concezione tragica dell’esistenza che si porta dentro ancestralmente.

Non c’è dubbio che tale concezione prenda linfa dalle sue radici. Cioè sono persuaso che il suo sentimento circa la condizione priva di ottimismo, e quindi di speranze, dell’umanità abbia a che fare con il retroterra culturale che ha avuto nella tragedia greca una delle sue espressioni più alte ed addirittura sacrali. Pertanto, né più né meno di come fu per gli antichi progenitori di quei coloni che invasero la Calabria dell’ancestro e che concepivano l’umanità fatalmente soggetta ai voleri ed ai capricci degli dei, anche per Ambrogio non c’è possibilità di riscatto da tale situazione. Da queste sedimentazioni storico-culturali, tutto sommato pagane, proviene il pessimismo che come un fardello pesa sulle spalle di Ambrogio.

Pessimismo fatale. Cioè senza possibilità di salvazione e di riscatto, com’è invece nel pessimismo dell’universo cristiano, a cui Ambrogio è sostanzialmente estraneo, pur avendo cognizione della cultura e dell’iconografia di esso, per cui solo marginalmente egli l’utilizza per i suoi fini. Insomma, le figure deformi di Ambrogio non hanno nulla a che fare con i ladroni messi in croce con Gesù o con gli indemoniati delle storie cristiane. Esse sono piuttosto filiazioni del Tersite omerico, così come certe donne scarmigliate e grigie sono le discendenti delle Erinni.

Dal ceppo di una moderna sensibilità espressionista discendono tutte le deformazioni figurali della sua pittura, deformazioni che spesso confluiscono appunto nel grottesco. E’ da questo ceppo che si dipartono come ramificazioni le atmosfere piene di (contrastanti e contrasti) bagliori cromatici, nonché le paste pittoriche, che, se non fosse per l’esistenza figurale che sempre le permea, porterebbero a far parlare di versioni dell’Abstract Expressionism. Ed anche negli anni passati, quando il discorso, imbevendosi di luce, si faceva lirico, di un lirismo non di rado propenso al volo in virtù di quell’esigenza di spazio generata da un sintomatico afflato di libertà, la radice di base, seppur meno evidente, era sempre l’espressionismo. Un espressionismo gravido di memorie informali, in cui Ambrogio ha saputo ricucire felicemente aspetti precedentemente indagati.

Devo confessare che, oltre alla indiscutibile qualità dei singoli risultati, anche per questo il primo impatto con la pittura che qui si propone mi ha esaltato. E mi ha esaltato come raramente mi accade, quando vedo le opere di un artista che da molto tempo apprezzo. Infatti, davanti a questa sequenza di opere di così complessa esecuzione, di tanto articolata tecnica e di formidabile libertà espressiva, ovviamente innestata su una rinnovata quanto matura padronanza linguistica, ho immediatamente percepito che Ambrogio ha compiuto uno scatto notevole, riuscendo ad amalgamare tutte le innegabili qualità in precedenza già estrinsecate, senza perdere il profumo del suo lirismo, né tanto meno la vis delle sue rappresentazioni.

Accanto a opere di pregnante gestualità, talvolta anche vigorosa, quali Tentativo di fuga, Un infiltrato, A.B., Senza titolo, Iserimento difficile e Decisamente ascensionale, nelle quali non mancano momenti di luce saettante, ci imbattiamo in sprofondamenti nelle paste tenebrose di Quando il buio si fa intenso, preannunciate da Qualcosa emerge. Accanto alle pareti di squisita orchestrazione cromatica, che con Lettera a Luisa, Lettera al padre, Nel riquadro, Una quasi certezza, Momenti di luce, Nello spazio vitale, Meglio separati formano una straordinaria sequenza di pittura neoinformale non immemore, ora per certe inflessioni ora per l’interna costruzione formale, della grande lezione di Burri, prendono sostanza le liriche trasparenze da sindone delle incerte epifanie (Crearsi uno spazio), che hanno il rovescio della medaglia nel disseminato figurare di Quel rosso inquinato, per non dire dei vapori cromatici che s’addensano in quella sorta di squarci di cielo della coscienza che sono C’è troppo caos? e Notturno.

Ed in questo variare di registri e di motivi, che ora si abbandonano alle mobili e frante emersioni luminose di Rompendo il perimetro, giungendo, quasi per “ritorno del rimosso” delle foglie disperse nello spazio degli anni addietro, a quella sorta di sfoglimenti di forme che fanno capolino in Bisogno di geometrie e s’impongono in Paura di cadere ed ora si spingono fino alle filigrane nervose di Verso lo scontro, dalla grafia non alfabettizzata  come quella inserita nella Lettera al padre, ma di quella non meno comunicativa; in questo variare di motivi e di registri, dicevo, non mancano le figure, che anzi nel loro insieme formano una strabiliante varietà di tipologie.

I dipinti con figura di Ambrogio costituiscono una vera e propria galleria di desolati ritratti di antenati e di “miserabili” contemporanei. Una galleria dai cui riquadri si affacciano esseri stralunati, bistrattati, pesti, corrosi, ingrigiti dalla carne livida e addirittura combusta, tutti esemplari di un’umanità partorita dall’io pessimista del nostro pittore. Ed ecco, allora, qui il buffo uomo in giacca e cravatta con un occhio circondato da un cerchio bianco, a mò del monocolo che nei tempi andati solevano usare certi pasciuti borghesi, che tanto dispiacevano a Grosz, ignorare sprezzamente lo scheletrito ragazzo dalla testa eccessiva, che ricorda i deportati nei lager nazisti. Ecco, ancora, il robusto personaggio dal corpo da culturista contrapporsi al nero mezzo busto che sembra dipinto col fumo, quasi per suffumicazione del luciferino mezzo busto dallo sguardo rosso e dall’ampia spalla arcuata. Ecco, all’improvviso, ergersi sulla tela addirittura il mitico Minotauro colto mentre muove il suo primo passo alla ricerca della sua Arianna, che forse va individuata nella solitaria figura seduta su una panca (Coppia), o in quel nudo di spalle, anch’esso seduto, e messo contro un panno, ma con effetti cromatici totalmente antitetici rispetto a quelli che cercava e otteneva il tonale Mafai nelle sue donne che stendono lenzuola.

Questa derelitta umanità, che talvolta sa anche ritrovare il gusto dei giochi infantili, non conosce il sorriso, né la speranza di un domani non dico radioso, ma neanche meno avverso. Ed anche questo è un tratto caratteristico dell’ingorgo pessimistico in cui si dibatte Ambrogio come uomo. Ingorgo che lo porta a vedere gli uomini e le donne che abitano il suo immaginario pittorico come personaggi della tragedia dell’esistenza odierna.

Ma Ambrogio è un pittore appartenente a quella schiera che non ha dimenticato gli orrori bellici di cui si sono macchiate non solo le dittature, ma anche le democrazie con le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nakasaki. Perciò ha saldato l’ancestrale memoria della tragedia antica con la cognizione del dolore contemporaneo, cognizione che nella stagione dell’informale ha dall’Europa al Giappone ed agli Stati Uniti fatto ribollire tante paste alte sulle tele, spesso addirittura prese a sciabolate dai pennelli che gestualmente urlavano il dolore di un’umanità duramente provata e ferita.

L’appartenenza a tale versante della pittura giustifica qualche collateralità con Moreni, Vacchi ed anche, in un caso, con Ruggeri (Quando il buio si fa intenso), rintracciabile nelle sue declinazioni neoinformali che da oltre un decennio si sono diffuse anche tra i più giovani, certo per la gravità di questo nostro tempo presente inquieto e costantemente sull’orlo del baratro. Anche da tale situazione è scaturita quest’ultima stagione pittorica di Ambrogio. Stagione pittoricamente alta quanto piena di rovelli psicologici ed esistenziali a lungo introiettati e che ora hanno raggiunto il livello di guardia che solo nello sbocco liberatorio trova la sua ragione, ma anche lo spartiacque di un equilibrio personale che recupera le sue potenzialità comunicative, espressive e linguistiche.

La pittura di Ambrogio è solo apparentemente gettata sulla tela con impeto incontrollato e selvaggio. Infatti non è così, perché c’è sempre sia all’interno di ogni gesto che nell’orchestrazione dei colori un sapiente controllo ed un calibrato calcolo che nonostante tutto non obnubila la consolidata e consumata finezza espressiva ed esecutiva di Ambrogio, pittore fino alle midolla, tanto che a lui si attaglia alla perfezione quanto nel 1909 Guillaume Apollinaire ebbe a scrivere, ovviamente su tutt’altre basi e per tutt’altre ragioni, di Matisse: “Questo ‘selvaggio’ è un raffinato”.