SAGGIO CRITICO

di Berto Morucchio – Venezia, luglio 1964

Nell’operazione pittorica si assiste spesso a un dilemma. L’artista è come affogato nelle cose ma quando si distacca da esse e tenta di rappresentarne gli stimoli subiti, esse gli si allontana- no, diventano un pretesto che si altera no a cancellarne l’origine. Tradotte in anonimi impulsi, vedono la loro azione proiettarsi in un altro campo che si organizza in aspetti che non appartengono loro. Ma fosse così limpido e univo- co il processo! Spesso si crede di percepire nel mondo esterno l’orma di una legge e si cerca di svolgerla astrattamente, ma quando si vogliono la concretezza del mondo sensitivo e la nostra impronta su di esso, la rappresentazione subisce una difficile alterazione.

Che poi si arrivi a casi estremi, ciò dipende da una coerenza logica propria di certe menti. Per esempio, cercando di raggiungere il modo più conseguente per attingere ciò che sembra solo appartenere alla vitalità del soggetto, si distacca questa entità dal suo complesso contesto e se ne prospetta, invece, una affascinante ipotesi, talmente assoluta che non permette svolgimenti contraddittori.
Ogni scuola, nel momento del suo maggior sviluppo, è intransigente in questo modo. E l’oggettivismo? Se alle cose si prestano gli attributi del soggetto e se il soggetto accetta quelli propri
alle cose, unisce il vecchio concetto della pittura, come astratta trascrizione, come contemplazione, e nasce l’esigenza dello spettacolo, con la sua azione concreta, improvvisa e mutevole.

La pop-art rappresenta anche l’ironia della contraddizione, quando è scattato l’urto tra contemplazione e azione, essa diventa il vestibolo per l’affermazione del solo oggettivismo in teoria oggi coerente: quello dell’happening (e poi sarà la strada, ogni attimo della vita; sarà la capacità di chiunque di distaccarsi da sé, di godere della rappresentazione ch’egli è e sempre passa per lui, distaccato, quando vuole, dall’utile).

Tra queste esigenze estreme c’è una verità di atti pittorici che tentano, per così dire con bonomia, di dar tempo al tempo, certi, i loro autori, che valgono anch’essi poiché nati da esigenza mediatrice delle opposte istanze, o dall’esigenza di proseguire ciò che non sembra essere esaurito. E piuttosto che accondiscendere di volta in volta alle espressioni della moda, la cui sola ragione è il rapido adeguamento estrinseco, parassita dell’innovatore, ci sembra più pertinente individuare, nell’affanno veritiero di qualsiasi tipo di ricerca, il grado di necessità esistenziale che ci ripropone aspetti di un problema che è valido per il suo perenne e diverso ritorno, ma vieppiù centrato e vissuto.
E nell’area tormentata e prestigiosa della giova- ne pittura italiana non mancano esempi in tal senso.
Ecco quello di Gianni Ambrogio che consola con la sua presenza di pittore il vuoto creativo dell’attuale scuola trevigiana, attardata in un naturalismo d’epigoni o in anonimi eclettismi edonistici.
Sprovvisto per sua fortuna della naturale melo- dia di vischioso idillio agreste, forse perché ancora prepotente in lui l’origine calabra, dal suo inizio la superficie del quadro era il luogo di una lotta. Vi conuivano, infatti, le sue inquietudini. Era l’insoddisfazione che si accendeva appena terminata la gara con le cose. La sua abile forza nell’afferrarle per quello che di esse si evidenziava in corposa plasticità, faceva scattare qualcosa che aveva intravvisto in questo raffronto col mondo e che gli sembrava di non aver passato stabilmente. Qualcosa che era fuggito e che la mimesi, allora usata, non gli aveva permesso di individuare. E l’insistere poi a scardinare l’apparenza, col mezzo dell’espressionismo che tentava di rintracciare l’anima delle cose, descrivendone la psicologia e facendone apparire le nascoste strutture, gli rendeva non già una paci ca certezza, ma gli apriva il difficile argomento dell’espressione plastica moderna, il suo iter conoscitivo.

S’impadronì subito, seppur con scarti qualitativi, della dialettica tra soggetto ed oggetto e si rese conto quanto profonda fosse l’organizzazione che sostiene l’immagine.
Dopo un’accurata selezione dei soggetti, dal nudo al paesaggio, e tentando di rimanere in un rimando circoscritto tra l’occasione e il suo sentimento, ecco il nudo farsi abnorme, proiettare un’energia disordinata, ma dove si poteva trovare qualcosa che inizialmente non c’era. La forma così dilatata e contraddetta dai residui iconografici e da un impulso d’immagine, dove va condurre Ambrogio a un approfondimento dello spazio, organizzando in tal senso la macchia dopo averla liberata dall’orma sica del suo pretesto.

È il momento successivo della sua esperienza informale, dove tutto cede al crogiolo di un’anonima materia che si dispone libera dall’involucro nominale e che viene espressa in una ambigua essenza organica.
Ambrogio le imprime sempre il suo volto, dotandola di una ritmazione risentita. Ma è proprio in questa dialettica linguistica ch’egli prende coscienza dell’organizzazione dello spazio e come questo preesista alle cose e le uni chi e permetta la loro trasformazione in una nuova realtà visiva. Deve tuttavia dominare l’impetuoso riaffiorare di coaguli remoti che lo invitano a trascendere l’oggetto penetrandolo per ciò che di esso è apparenza. Una spinta illustrativa che, invece, deve mutarsi nello spirito di concretezza, in quella definizione del relativo che costituisce la particolarità dell’immagine.

Ecco oggi Ambrogio nel pieno e felice momento delle realizzazioni, con una tematica che esprime una calma predisposizione del piano e del segno, dove la scala cromatica non chiede l’efficacia di presenze violente, ma schiude ferme e delicate armonie variate dalla intensità della luce che è spazio anch’essa e non più lume.
La sua fantasia è talmente intrinseca che i suoi mostri, il miracolo di luoghi e di eventi scoperti affini è tutto racchiuso nella sua dominata capacità di dar forma a quel richiamo che è sempre concentrazione di segrete energie e liberazione felice di nuove apparenze.
In tal modo Ambrogio sembra abbia saputo porsi in quel rango della giovane ricerca plastica che siamo certi non deluderà.