SAGGIO CRITICO

di Carlo Munari  – Treviso in occasione della” Personale” alla galleria Paris, 29 gennaio 1972

 

Il gallo si pro la sopra un cerchio nero, impetuoso nei suoi rossi maligni e ancora, la figura femminile si compiace della voluttà dell’attesa. Fra tanti scelgo questo recente dipinto di Gianni Ambrogio perché lo considero paradigmatico in ordine alla sua ricerca o, a dir meglio, intorno al suo atteggiamento di artista consapevole: che osserva e testimonia, che giudica.
Le componenti del nostro tempo assurdo entrano qui in relazione con valori permanenti dell’uomo instaurando una situazione conflittuale. Ambrogio sembra voler avvertire – non senza una punta d’amarezza appena mitigata dall’ironia intellettuale – che persino l’impulso istintuale (il quale proviene, nella fattispecie, dal buio sole sullo sfondo adombrante il disegno archetipale della psiche profonda) si corrode e si falsi ca al contatto di una realtà, per usare parole di Marcuse, “oggettivamente alienata“. Per cui, rispetto alla figura del gallo, risolta alla guisa di uno scatto sanguigno, quella della giovane donna si aderge similmente a quella di una modella in posa, o di un’eroina da porno fumetto, emblematizzando cioè un modello condizionante. Si tratta io penso, di una denuncia del processo di falsificazione cui eros è sottoposto.

E altre opere vi sono che attestano le piaghe delle nostre stagioni, spietatamente illuminando siffatti contrasti: i modi di comportamento che non sono specchio di una verità interiore – o sono specchio di una verità deformata – quella stessa che viene di continuo posta in dubbio, assumendo quindi una divisa prospettica. Tuttavia, nella sua ricognizione attenta fra l’io e la realtà, non sempre Ambrogio ripiega nella condizione del problematico incline a subire la sconfitta, né si limita all’ enunciazione di un mo- nito protestatario di radice alla ne moralistica. Egli anzi reagisce, appellandosi alle superstiti, integre facoltà dell’uomo – atto di fede, o di speranza – al ne di ricercare la montaliana “maglia rotta nella rete”, quella rete ordinata dal labora- torio asettico e geometrico, intonato alla mitologia del falso razionale, in cui siamo costretti a consumare le nostre giornate.
E la ritrova e fugge.
Là dove la fuga non è evasione disimpegnata ma esigenza, bensì, di identificazione e integrazione, tanto che questa fuga lo porterà a un rinnovato dialogo con la natura: il mondo ancora parzialmente vergine, quell’altro spettro archetipale dell’Eden perduto, del Paradiso Terrestre dimenticato e offeso.
L’itera serie dei dipinti, che si potrebbe com- prendere nell’ unico titolo di “Sterpi”, indica infatti i diversi momenti di questo dialogo, volta a volta predominando il recepimento impedito dallo stupore promosso da una manifestazione desueta, oppure lo scatto verso il superamento di quello stesso stupore – o, forse, di un nichilismo sentimentale – in ne la definizione gloriosa dell’immersione panica intesa come conquista spirituale: che sono poi momenti diversi dello stesso fluire dialettico fra natura naturalis e natura artificialis analizzati da un osservatore attivo
e partecipe. E, aggiungerò, il punto terminale anche s’invera come conquista linguistica in quanto rinnovata forma capace di esprimere un superiore equilibrio, al di là delle tensioni, dei
contrasti, del dubbio.
Ciò per dire che l’immagine di Ambrogio risulta interiorizzata ad alto grado ed è fino all’ultimopatita. Che non è mai casuale, mai legata a uno schema di maniera. Che per contro si consolida, con la fatalità di un cristallo che si aggrega, seguendo l’iter di una vicenda a lui esclusivamente riferita: necessaria e irripetibile, quale deve essere, appunto, la proiezione di una “storia”. Una conquista, si diceva: ottenuta deponendo pietra su pietra tanto che, rivedendo retrospettivamente la vicenda di Ambrogio, palese è lo svariare dei suoi interessi culturali e delle sue stesse sperimentazioni operative – dalla trascrizione emozionale della realtà no al recupero gurale sulla linea della pop – ma ugualmente palese resta , passo a passo, la vocazione co- stante verso un’ immagine destinata a caratterizzarsi nella cadenza di un linguaggio autonomo, verso cioè quel punto d’ arrivo che coincide in un rito liberatorio, nell’approdo a una salvazione, forse illusoria, comunque creduta e credibile. Ma vorrei concludere questa breve nota d’occasione – che certamente non può definire la complessità delle proposte e dei raggiungimenti di 340 Ambrogio – sottolineando anche che nell’ opera si evidenziano ben nitidi temi e problemi di una intera generazione, la stessa che ha forse vissuto nella misura più drammatica il tempo della propria formazione. La generazione, cioè, che non ha avuto, né poteva avere modelli, ma solo esterni, occasionali suggerimenti.
Che alla “tradizione delle avanguardie” ha opposto il riuto ma non è rimasta estranea alla cultura obbligante, pur riconducendola nell’ambito dei propri mutevoli postulati: la disponibilità che induce alla veri ca. La generazione, in ogni caso, che ancora disperatamente si ostina a credere nel destino dell’uomo.