IL “TEMPO NEGATIVO”

di Carlo Munari, 1981

Vi sono artisti che operano in silenzio, e che ad ogni incontro riserbano una sorpresa. Annovero fra questi Gianni Ambrogio. Appartato fra il suo studio di Milano e quello di Treviso, Ambrogio è andato coltivando e via via consolidando il proprio linguaggio, così che, sempre, quella sorpresa è consistita in un riconoscimento della crescita della qualità, di una maggiore incidenza nella facoltà di comunicazione dell’immagine.

Per Ambrogio, infatti, quella condizione di isolamento, da lui deliberatamente scelta, non ha mai significato propensione a intimistiche inquisizioni, bensì esigenza di riflessione critica, attenta e pacata, su temi e problemi che urgono nell’odierno dibattito delle arti. Voglio dire, insomma, che Ambrogio, giusto in ragione di questo ideale osservatorio di solitario, ha potuto chiarire in lucida misura i propri rapporti con la realtà e la storia; che, soprattutto, ha potuto portare avanti il processo di maturazione del proprio discorso: senza tradire se stesso inseguendo le pressanti proposte d’altrui poetiche e, per contro, senza recidere i vincoli che ogni uomo consapevole legano all’evolvere, nel tempo, dei giusti, delle sensibilità e dei modi espressivi.

Si dovrà anzi osservare che Ambrogio ha patito sempre ai gradi più fondi il rapporto con la realtà e la storia e che si è adoperato a renderli concreti a livello di linguaggio senza temere il rischio di andare controcorrente – poiché è già rischio porsi al di fuori dei consueti schemi di classificazione, in un tempo in cui le fortune paiono sortire non tanto dai valori quanto dagli etichettamenti di comodo, i quali sono fatti risonare similmente a presunte certezze di qualità.

Che significa parlare, per questo artista, di nuova figurazione, di arte sociologica, di simpatie iper-realistiche? Nulla, o quasi nulla. Sono, queste soltanto indicazioni approssimative che sfiorano un linguaggio ma non lo spiegano, la vicenda di Ambrogio palesandosi assai più complessa, nascendo anzi da quel fondo di “angoscia, povertà e disperazione” che Giovanni Comisso riconosceva già nel 1956.

Che nella traiettoria di quasi un ventennio Ambrogio sia giunto a rappresentare la drammaticità di una condizione umana ormai penetrante nella sfera dell’assurdo, non attesta acconsentimento a proposte ora in voga ma, più semplicemente, logico approdo dell’atteggiamento iniziale, di quel modo di essere, alla fine scoperto e indifeso, nei confronti del mondo, ma nel tempo definito nell’ideale parabola che dalla protesta romantica si dipana fino alla denuncia resa lucida dalla coscienza. Ch’è denuncia, ancora, nutrita di angoscia e di disperazione: per una natura e una umanità violentate, per un uomo sacrificato sull’altare dei miti e dei riti consumistici.

Così, a questo punto, mi par proprio di dover rammemorare Marcuse, nonostante sia stato frettolosamente relegato nel serbatoio dell’oblio. Marcuse ha messo il dito sulla piaga rilevando che “il concetto di alienazione sembra diventare discutibile quando gli individui si identificano con l’esistenza che viene loro imposta e trovano in essa compimento e soddisfazione”, quando cioè “l’alienazione è diventata completamente oggettiva” in quanto “il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata”. Ambrogio opera giusto a questo limite.

Il suo fine è di porre l’osservatore dinanzi ai plurimi aspetti in cui si propone l’alienazione oggettiva. È il suo modo di intervenire nella problematica odierna, ed è anche il suo appello alla salvazione.

Su tali argomenti Ambrogio è impegnato da vari anni ma è da ritenersi che le opere di più recente datazione manifestino un ulteriore scatto verso la definizione puntuale del linguaggio. Ciò che in un passato anche recente resisteva nell’immagine come segno emotivo, come substrato in senso lato romantico, è andato progressivamente scomparendo per consegnare a quell’immagine una connotazione tersa nella sua crudeltà, non ambigua nella precisazione dei suoi simboli.

Ove si eccettuino i passaggi, nei quali si riflette la sofferenza per una natura brutalmente aggredita dall’uomo e sconvolta dalla tecnologia, contrapposta al ricordo di un Eden perduto, meraviglioso perché incontaminato – paesaggi evocati mediante una ricchezza cromatica sapientemente governata – l’artista provvede a strutturare l’immagine secondo gli schemi del più diffuso strumento di comunicazione di massa: l’affiche pubblicitaria.

Egli rovescia anzi il fine dell’affiche: studiata dai persuasori più o meno occulti per incidere sulla psiche del fruitore inducendolo alla persuasione di acquisire questo o quel prodotto, l’affiche viene da Ambrogio utilizzata per persuadere lo stesso fruitore della condizione precaria in cui è immesso.

Nudi femminili, colti nelle pose stereotipate dei mannequins, sono inscritti con fotografica minuzia in un campo spaziale dal quale emerge un assemblage di relitti. Sono i relitti degli “oggetti” che la civiltà consumistica ad un tempo mitizza e logora, esalta e distrugge, dall’automobile all’elettrodomestico. Se, per la sollecitazione di un ultimo barlume di umanità, la giovane donna fruga fra i rottami per cogliere un fiore spuntato in virtù di un prodigio della natura, tosto ella si stenderà tra quel groviglio di cose morte ad avvertire che il processo alienante si è concluso, che l’alienazione oggettiva si è inverata.

Non è che l’introduzione al successivo discorso che contempla la donna – assunta come figura emblematica dell’umanità – nei diversi momenti della propria esistenza, fino a pervenire a quell’immagine, per certi versi allucinante, in cui essa addirittura si integra al cimitero oggettuale al punto da trasformare quelle morte parvenze merceologiche in simboli dell’eros consumistico: i lunghi guanti, i lucidi jeans, il corpetto da cover-girl. Per dar lievito maggiore a questa eroina del nostro tempo Ambrogio anche travasa nell’iconografia pubblicitaria quella dei comics, avendo evidentemente accertato che le tipologie del fumetto, da Barbarella a Pravda a Madame Brutal, hanno fornito, a livelli diversi, precisi modelli di limitazione e di comportamento.

Va detto a questo punto che ogni mezzo espressivo viene da Ambrogio oculatamente elaborato in direzione del tipo di rappresentazione deputato a delineare i contenuti sopra esposti, e quindi coordinato in vista di una sintesi strutturale. Mette conto di accennarvi, sia pure rapidamente; e notare che i cimiteri di rottami sono descritti in ogni dettaglio onde ricavare fasce o riquadri brulicanti di materia amorfa e convulsa, cui si giustappone, abnormizzato, il nudo femminile.

A sua volta, il nudo viene evidenziato, all’apparenza, con fotografica esattezza: nella corposa modellazione delle carni, nella definizione delle peculiarità anatomiche, nella descrizione infine di un volto fissato nella perennità della sembianza, squallida e bella nella sua incolore ebetudine falsamente sessuale, ch’è modulo puntuale dell’iconografia pubblicitaria di massa.

Un’altra osservazione, però, mi sembra debba essere fatta: che cioè serpeggia in questo corpo di falsificato animale un che di malato, di anomalo, persino di perverso; un quid per ora impalpabile, un vago accenno dipendente dal modo stesso con cui la figura viene proposta, dall’ottica che l’ha registrata.

Ne dobbiamo tener conto. Il prossimo incontro con Gianni Ambrogio potrebbe riserbare un’ulteriore sorpresa. Ambrogio, infatti, è artista che rifiuta le schematizzazioni, che possiede una vitalità capace di portarlo a ipotesi operative anche più avanzate, pur mantenendo fermo il proprio atteggiamento nei confronti del reale, meglio sarebbe a dire la propria Weltanschauung. Se dunque annoto gli esiti qualitativi dell’oggi, non posso fare a meno di mantenere aperta la possibilità di sviluppo linguistico in un futuro anche prossimo.

Ciò che conta è la coerenza morale implicita nel suo discorso, coerenza che lo ha determinato, sul piano operativo, in logica progressione. Non è mio compito avanzare previsione alcuna. Mi limito a controllare, al di là dei positivi risultati ch’egli adesso ci fornisce, i germi da cui potrebbe generare lo svolgimento, forse ancor più drastico e crudele, di una tematica che infine ci tocca da vicino, ed anzi ci coinvolge. Perché ormai è certo che l’impegno di Gianni Ambrogio è definitivamente rivolto alla rappresentazione delle molteplici sembianze con le quali si aderge, ombra greve e funesta, l’idolum del nostro tempo negativo.